Paolo Virzì: «Raccontare è la medicina per vivere meglio» Next item Vincenzo D’Amuri vince il...

La terza età lo affascina. Grazie anche al rapporto di amicizia con lo sceneggiatore Furio Scarpelli, nata quando lui era un giovane alle prime armi e Scarpelli un maestro del cinema poi divenuto amico. Lo abbiamo incontrato alla manifestazione “Corti di lunga vita”, di cui è stato presidente di giuria

«Ero un ragazzino scontroso, solitario con problemi di adattamento e di relazione con gli altri. Quindi, tendevo ad avere delle manie che erano leggere, scrivere e inventare». Racconta così la scintilla che ha dato vita alla sua scrittura, Paolo Virzì, uno tra i registi più premiati degli ultimi anni, autore di film come Ferie d’agosto, La prima cosa bella e La pazza gioia. Lo abbiamo incontrato alla premiazione del concorso Corti di lunga vita, giunto alla sua terza edizione. È lui infatti ad aver presieduto la giuria che ha esaminato le 64 opere in gara, provenienti non solo dall’Italia ma anche da altri Paesi. Delle opere dei tre finalisti ha detto: «Sono storie diverse, stili diversi accomunati però da una padronanza stilistica felice».

“Tutta la vita” è il tema di questa edizione: come giudica il modo in cui è stato trattato nelle tre opere vincitrici?
Sono opere che si sono confrontate con un tema complesso, esistenziale come è quello di raccontare la vita, fare dei bilanci. Esserci riusciti in pochi minuti – trattandosi di cortometraggi – è un esercizio creativo interessante, una sfida che allo stesso tempo si adatta alla comunicazione contemporanea. I racconti per immagini una volta erano patrimonio esclusivo delle sale cinematografiche, oggi sono fruibili in tutti i modi, anche con la rapidità e la maneggevolezza dello smartphone. Un segnale incoraggiante.
Cosa vi ha colpiti di ciascuna di esse?
Dodici minuti di pioggia di Fabio Teriaca – un cortometraggio di animazione – è un’opera che colpisce per la padronanza espressiva fortissima che arriva anche, credo, da un sentimento profondo, cioè da un desiderio di esprimere un legame viscerale, di nostalgia che però produce speranza. Olivetti 82, di Gianmarco Santoro e Dario Lanciotti, ha una forte impronta da graphic novel distopica con questo bianco e nero che si rivela molto espressivo. Nella terza classificata, Letizia, l’autore azzarda la ripresa verticale che si rivela però efficace. Nonostante a me faccia ancora soffrire – dico: gli occhi sono disposti orizzontalmente – calza nella narrazione. Incontrando infatti la protagonista – Letizia, appunto -, mi rendo conto di quanto sia Giacomettiana, una figura – quella di questa anziana donna – che si eleva e quindi si presta alla ripresa verticale. Un’opera che mi ha convinto per la capacità di far convivere in un ritratto dolcezza e forza.
Il suo rapporto con la scrittura come è iniziato?
Ero un ragazzino scontroso, solitario con problemi di adattamento e di relazione con gli altri. Quindi, tendevo ad avere delle manie che erano leggere, scrivere e inventare. Il primo romanzo lo scrissi che avevo sei anni, copiando la storia dal Giornalino di Gian Burrasca e cambiando giusto i nomi: la maestra la prese per buona. Da lì, ho sempre un po’ provato – ovviamente con grande goffaggine, soprattutto all’inizio – a scrivere per il teatro, poi brevi racconti e quindi è arrivata la grande passione per il cinema. Le prime esperienze le ho fatte nella mia città, Livorno, con una compagnia filodrammatica fino a che, un giorno, ho provato alla “lotteria”: avevo 21 anni, c’era il centro sperimentale di cinematografia che faceva il suo bando di concorso, davano anche una borsa di studio. Io non avevo una lira, provai e fui dentro. Mi presero alla classe di sceneggiatura che era il 1985: venni a Roma pensando che sarebbe stata una piccola buffa parentesi della mia vita e invece non sono più tornato.
Osservare le opere in Concorso le ha fornito qualche spunto?
Certo, sono aperto verso gli spunti. Al cortometraggio di animazione vincitore del primo premio guardo con ammirazione e anche con un po’ di invidia: col disegno c’è il controllo totale del mezzo, al contrario di noi poveri cineasti del vero che dobbiamo confrontarci coi corpi degli attori, le atmosfere meteorologiche che troviamo un certo giorno sul set, con le location reali: quindi, con la ruvidità del reale. Il disegno animato permette la realizzazione di qualsiasi visione tu abbia in mente, anche nel passato e nel futuro.
A proposito di futuro, molti contributi arrivati per l’edizione di quest’anno sono prodotti da Millennials, ragazzi giovanissimi.
È bello, commovente, incoraggiante che, nel fragore di queste nostre vite apparentemente così sconclusionate e sottoposte a ritmi frenetici, ci sia chi ha voglia di raccontare. Raccontare è sempre la medicina per vivere meglio. In questo caso, si tratta anche di racconti che si sono dovuti misurare con un tema di respiro ampio, esistenziale, che può sembrare altisonante ma che è poi il nocciolo di tutta l’attività del narrare.
Rapporti familiari, radici sono al centro di questi lavori. Quanto hanno significato nella sua di narrazione?
Sono la bottega dove uno va a comprare le trame. Il rapporto con la propria vita, le relazioni con gli affetti, il dolore e la gioia credo siano esattamente ciò con cui tutte le mie storie hanno a che fare. Quando si intende raccontare, bisogna chiedersi ciò che veramente ci sta a cuore: domandarsi cosa ci fa piangere o ridere, ciò per cui perdiamo il sonno per poi provare a lavorare su quello.
Quanto somiglia lei oggi al ragazzino che è stato?
Totalmente, perché quando ero bambino ero già vecchio e adesso sono vecchio ma ancora bambino. Ma la vecchiaia precoce dà tanti vantaggi, sa? Anzi, io l’ho anche cercata. Uno dei miei primi premi lo ricevetti in una trattoria romana da vecchi maestri della sceneggiatura e del cinema come Scarpelli, Benvenuti e De Bernardi: mi diedero un diploma che, se non ricordo male, era “Vecchio honoris causa”. Avevo giusto 23 anni ma facevo discorsi, nel bene e nel male, da vecchio cineasta. Quindi la vecchiaia mi affascina, non la vedo soltanto come un problema.
Invecchiare, però, in qualche modo la spaventa?
Beh, invecchiare è atroce naturalmente (ride, ndr) perché dentro mi sento ancora un bambino – come tutti credo, perché lo custodiamo dentro quel puer -, ma poi devi fare i conti con l’inadeguatezza del corpo. Ogni tanto, quando mi imbatto in uno specchio, mi dico: «Toh, guarda, ma chi sarà quel simpatico anziano signore?». E poi, appunto, devo constatare con rammarico che sono io. Ma come dicevo, per altri versi, ho sempre desiderato essere vecchio. Al Ginnasio avevo la barba e ricordo che mi fingevo uno dell’ultimo anno; una volta, mi spacciai per un docente supplente in una classe e mi misi a interrogare.
Ha avuto figure che ritiene le siano state di guida?
Ho sempre avuto una venerazione per gli insegnanti, per i maestri. Mi piaceva molto avere dei modelli anche coi quali confrontarsi in maniera dialettica, polemica, non per forza in forma di venerazione. A Roma ho conosciuto alcuni grandi maestri del cinema che sono stati per me fondamentali. Tra tutti, il più importante è stato Furio Scarpelli, che era un ragazzo del 1919 e che, quando lo conobbi, aveva già sulla settantina ma che diventò il mio migliore amico e la persona con cui mi divertivo di più. Con lui ho imparato la bellezza di condividere lo sguardo, le giornate, il lavoro.
E del giovanilismo a tutti i costi che cosa ne pensa?
C’è da capirlo… C’è un forte bisogno di promuoversi e quindi uno si promuove secondo i canoni correnti che però, spesso, sono anche una maniera per condannarsi: una gabbia, una prigione. La vita è invece saper convivere col cambiamento: la forza, la debolezza, la gioventù e la vecchiaia. Possibilmente, essendo vecchi il prima possibile: verso i tre, quattro anni.